"Nel mondo arabo la situazione della donna è orrenda. Per gli uomini, le donne sono un PeZZo di MoBiLio, lo cambiano in qualsiasi modo e nessuno chiede perchè lo hanno fatto, specie se hai i soldi e il petrolio."A dirlo non è la voce di una femminista, ma quella di
GHEDDAFI, durante l'incontro -tenutosi a Roma nei giorni scorsi- con una larga rappresentanza di donne italiane.
Mentre noi ci preoccupiamo di voli, ville e veline, in un angolo del mondo lontano, ma forse ormai "vicino", si sta realizzando una
RiVoLuZioNe EPoCaLe che riguarda la
DoNNa nell'ISlaM.
E' la Libbia di Gheddafi & delle sue donne. Secondo le fonti ufficiali libiche, la violenza contro le donne si sarebbe fermata con la Rivoluzione del 1°Settembre 1969, quando il colonnello liberò il paese dal re Idris Al-Sanusi. Ovviamente le cose non stanno così, come dimostrano i numerosi "Centri di riabilitazione" istituiti dallo Stato per far fronte alle donne in cerca di protezione.
Ma sono innegabili degli evidenti passi in avanti lungo il cammino sabbioso dell'emancipazione femminile islamica, almeno in quel lembo di terra.
Gheddafi, infatti, ha permesso alle
bambine di andare
a scuola e all'università (diritto all'istruzione così basilare da sembrare quasi banale agli occhi di un europeo), nonostante le frequenti resistenze di docenti e studenti universitari, e ha varato
leggi sul matrimonio e sul divorzio che guardano anche alla volontà della donna. Niente male per un paese in cui fino a qualche tempo fa, soprattutto nelle aree rurali, il cortile interno delle case "soffocava" il gentil sesso attraverso un muro altissimo (di circa 4 metri),oltrepassabile solo in compagnia maschile.
Certo, una vera "liberazione della donna" è più che un miraggio nei paesi del Golfo, ma è già sorprendente il fatto che un Gheddafi metta per iscritto, nel suo famoso
Libretto verde, che
"la discriminazione fra uomo e donna è un atto d'ingiustizia flagrante e ingiustificabile".
Vi è poi un episodio, poco noto, che risale al
1986, quando Gheddafi scrisse a Giovanni Paolo II richiedendo suore italiane per i suoi ospedali. Oggi in Libia sono in 90-100, affiancate da una decina di medici cattolici stranieri.
Piccoli grandi gesti di cui non si parla. Una rivoluzione sottile, ma culturalmente importantissima, che rischia di passare sotto silenzio.Nel 2000, Stefania Atzori (al cui dramma hanno dato ampio spazio stampa e tv italiane), nel suo libro-diario L'infedele, scriveva:<<Quando, la notte prima del matrimonio, mia suocera mi raggiunse nella mia camera con in mano un barattolo di ceretta preparata da lei con miele e zucchero, la guardai senza comprendere. "Halawa, halawa" mi indicò più volte quell'intruglio. "Cos'è?A cosa serve?"le chiesi. Sorrise, tentò con qualche parola di francese, mescolata all'inglese e, alla fine, si aiutò con la mimica:
dovevo depilarmi. Completamente, anche il pube. Era indispensabile. La fissai inorridita senza aprire bocca. "E' necessario. Bisogna. Tutte le spose devono farlo" aggiunse avvicinandosi con un sorriso.
Mi fece capire che all'uomo arabo provoca ribrezzo un solo pelo sul corpo femminile. Infatti la depilazione dei genitali era non solo approvata, ma addirittura prescritta dall'insegnamento religioso. Le donne l'accettavano per poter piacere agli uomini.
Tutto odorava di incenso. Una delle mie cognate mi aveva spiegato che quel profumo serve a tenere lontano la malasorte. Soprattutto in occasioni importanti come un matrimonio o una nascita, quando il malocchio diventa più potente. La tradizione vuole anche che, prima dell'ingresso degli sposi, la madre di uno dei due si aggiri nella stanza con quel minuscolo braciere in mano, per diffondere il fumo facendo roteare il diffusore e soffiandoci sopra, perchè il profumo raggiunga ogni angolo e scacci gli spiriti maligni. L'operazione è accompagnata dalle tre
sure che la suocera recita a voce alta contro ogni maleficio.
Eravamo soli, dopo tutti questi preparativi. Hesham, sdraiato sul letto, giocherellava con i bottoni della casacca del pigiama, aspettando che io mi cambiassi. Parlò all'improvviso, senza guardarmi, interrompendo il nostro silenzio imbarazzato:
"Senti, devi sapere che qui da noi, secondo la nostra religione, è la suocera che SVeRGiNa la sposa". Le sue ultime parole rimbombarono nelle mie orecchie come un tuono. Ero scandalizzata e incredula che lui potesse aver usato un termine così brutale: "svergina".
"
La madre dello sposo prende un filo di ferro bendato sulla punta e lo infila nella donna, sverginandola senza alcun dolore" chiarì con noncuranza.
"Lo fanno tutte."
Terrore e nausea s'impadronirono di me:in quali mani ero capitata? Non era vero, non era possibile che esistesse una pratica così barbara fra due persone che si erano appena sposate.
Che c'entrava l'amore con tutto questo? Ripensavo alle ragazze che si erano sposate poche ore prima, insieme a me, e forse in quello stesso momento subivano senza poter reagire
quell'umiliazione, il dolore, il lungo ferro bendato che doveva violarle.
>> (Cap.9, pagg.91-92-93)
La, seppur minima, speranza che violenze fisiche e psicologiche di tale brutalità stiano lentamente scomparendo in un mondo in cui la donna è abituata a subire non precetti religiosi ingiusti, ma la consapevole e ingiusta distorsione di quei precetti da parte del potere maschile, deve farci guardare all'esempio libico con fiducia.Questa è la RiVoLuZioNe iN ErBa di cui noi donne VoGLiaMo PaRLaRe!